http://dati.culturaitalia.it/resource/oai-culturaitalia-it-museiditalia-work_93283 an entity of type: E22_Man-Made_Object

In primo piano Pietro d'Amiens sale i gradini che portano al trono del Doge Vitale Michiel, assiso e circondato dai senatori. Sullo sfondo dietro i ritratti di vari personaggi si armano le galee ormeggiate in laguna. Colori: domina una tonalità rosso-brunastra dovuta all'ossidarsi delle vernici; si distinguono solo i rossi e i rosa. Cornice nera uso ebano, lumeggiata con disegno a racemi in oro, opera del tardo Seicento. 
Il soggetto del dipinto è chiarito dalla descrizione del Ridolfi (1648): "l'atto memorando allora che il Pio Buglione movendo le armi per trarre il sepolcro dell'umanato Dio dalle mani degli Infedeli (per la cui fine s'erano collegatimolti Prencipi e Capitani dell'Europa alle esortazioni di Pietro d'Amiens eremita, che se ne sta dinnanzi al Doge Vital Michele), spedÊ   per quell'impresa duegento legni sotto la direzione d'Enrico Contarino Vescovo Castellano e di Michele figliuolo del Prencipe soccorrendo di abbondevoli vettovaglie l'esercito Cristiano e già si veggono nel mare le allestite galee con dorati fanali e ventilanti bandiere che s'avviano al partire'. Sempre da Ridolfi apprendiamo che la tela, ora a Lucca, doveva servire in pendant con l'altra, raffigurante la condanna voluta dal doge Antonio Venier nei confronti del figlio, come modello per arazzo avrebbe dovuto decorare la sala del Collegio. Analogamente l'inventario degli eredi Caliari del 1682 (Gattinoni 1914) lo descrive come 'l'historia del Dose di Venetia Vital Michel, che concede legni ad istanza di Pietro l'Eremita per la recupera di Terra Santa', mentre l'inventario del 1709-13 dei quadri del gran Principe Ferdinando de' Medici (Chiarini 1975) riprende con grande aderenza la descrizione del Ridolfi, dimostrando così che era ben chiara la storia e l'importanza del dipinto. Considerato non rintracciato ancora nel 1920 (A. Scrinzi), fu poi esposto alla Mostra del 1939 e accolto come opera autografa del maestro (Pallucchini), con la sola eccezione dell'Arslan (1958) che propone dubitativamentedi assegnarlo al figlio di Paolo, Gabriele. Se anche sembra non possano escludersi interventi di collaboratori, l'opera appare, anche se oscurata dall'ossidarsi della vernice, nel complesso autografa e di qualità, soprattutto 'per l'inscenatura ricca di effetti' e per 'l'eccezionale bravura delle figurine schizzate sullariva' (Pallucchini). Databile al 1576-77, è da porre in relazione ai due disegnipreparatori dello Szépmuvészeti Muzeum di Budapest. Quando era a Firenze, ildipinto fu inciso tra il 1709 ed il 1713 da A. Lorenzini. 

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