http://dati.culturaitalia.it/resource/oai-culturaitalia-it-museiditalia-work_57268 an entity of type: E22_Man-Made_Object

Prima delle soppressioni napoleoniche (1808) l'opera era conservata nella stanza mortuaria del convento di San Martino, già sede di una comunità di Clarisse soppressa nel 1786. Nel 1810 fu esposta nella raccolta allestita, con la supervisione di Carlo Lasinio, nella Cappella Dal Pozzo in Camposanto; nel 1825, a causa della forte umidità del luogo, fu trasferita nell'Accademia di Belle Arti. Passata dopo l'unità d'Italia nelle collezioni del Museo civico, fu esposta nella seconda sala al numero 7. Il tipo compositivo che caratterizza l'opera, il ritratto di un personaggio sacro associato a una serie di riquadri narrativi, ricorre in altre opere pisane del secolo XIII, ma ne differisce per formato e andamento verticale. E' stato proposto che l'origine di tale soluzione sia da ricercare in modelli di diversa origine, come i tabernacoli lignei a rilievo dell'Italia centrale (secc. XII-XIII) e le icone bizantine destinate alla devozione privata in cui il personaggio sacro è circondato da storie tratte dal suo ciclo agiografico. Se la presenza del Santo alla base del trono allude forse al titolare dell'edificio, la centralità della figura della Vergine testimonia del radicamento nella chiesa di un culto mariano, che in San Martino, fino al secolo XIV trovava radicamento nella congregazione di chierici facente capo ai canonici di Santa Maria; in particolare, le scene laterali sembrano essere un richiamo alle feste liturgiche dell'Annunciazione di Cristo e della Natività della Vergine. Gli apporti culturali che stanno alla base della complessa elaborazione formale di quest'opera sono molteplici: la conoscenza della pittura bizantina è associata con una forte attenzione all'antico e con l'introduzione di sperimentazioni naturalistiche che mostrano diversi punti di affinità con l'opera di Cimabue. Nella resa dei dettagli fisionomici dei volti - in particolare nell'impiego di formule grafiche nella definizione di occhi, bocca e naso - e nel modo di illuminare le carni con filamenti bianchi paralleli, il dipinto appare in sintonia con altre opere pisane della seconda metà del secolo XIII, come la Madonna dei Santi Cosma e Damiano, la Madonna di San Giovannino o la piccola tavola n. 5725 del Museo. Nelle scene laterali si osserva una forte attenzione verso gli elementi naturalistici e i panneggi delle vesti, resi per mezzo di fitte serie di lumeggiature, soluzione stimolata da certe sperimentazioni naturalistiche presenti nella miniatura bizantina della prima età paleologa (seconda metà del sec. XIII). Insistito è il richiamo all'antico, che rimanda, in ambito scultoreo, all'attività di Nicola Pisano e sta alla base di assonanze tra quest'opera e la produzione di Cimabue. Intorno a questa tavola è stata definita la personalità artistica del cosiddetto Maestro di San Martino, a cui sono state avvicinate altre opere, tra le quali la Madonna di San Biagio in Cisanello e la tavola con Sant'Anna. Da Morrona (1793) osservò quest'opera appesa alla "parete nel magazzino che fu già coro delle monache" nella chiesa di San Martino e la considerò di "maniera greco-pisana". Polloni (1837) e Grassi (1838) parlavano di opera di Cimabue. Cavalcaselle (1886) la considerava "lavoro di pittore della vecchia scuola pisana inaugurata dal Giunta". Venturi la riferisce a un allievo di Cimabue (1907), Sirèn (1914) alla bottega di Giunta, Lasareff (1936) a pittore pisano intorno al 1275, Garrison (1949) a Ranieri d'Ugolino. Tuttavia la maggior parte degli studiosi parla del "Maestro di San Martino", e data la tavola tra il 1260 e il 1290. Ragghianti (1955) sottolinea come il pittore si muova in modo originale all'interno delle esperienze di Coppo e di Cimabue. Carli (1958; 1974) la definisce "il massimo capolavoro della pittura medievale pisana, in cui la tradizione bizantina entra in contatto, rigenerandosi, con quel senso della classicità, che in scultura trovava in Nicola Pisano il più alto portavoce". Riguardo alla datazione: Longhi (1948) sottolinea la sua anteriorità rispetto alle Madonne di Cimabue e Duccio e, in rapporto con il Terzo Maestro di Anagni, la colloca intorno al 1260; così pure Vigni (1950), mentre Bologna (1962) la data al 1270-1275 e nota come l'anonimo maestro si sia ispirato a Cimabue, distinguendosene con "l'intento di mostrare che gli schemi iconografici più antichi, tolti dai modelli costantinopolitani e coppeschi, potevano essere liberati in una forma più sinuosa e plasmabile, sciolta". Anche Carli (1994) accoglie la datazione al 1270-1275, notando l'indipendenza dello stile del maestro rispetto a Cimabue e Caleca (1987) mette in rilievo come la tavola mostri una meditazione sull'opera di Cimabue, ma il Maestro di San martino mostra una tecnica miniatoria ed un tono meno sostenuto, come si ravvisa nelle scene laterali. 
La tavola è costituita da quattro assi assemblati verticalmente. Nei perimetri si riscontra il legno in vista, privo di strati preparatori per alloggiare una eventuale cornice. La tavola, di grandi dimensioni e di forma rettangolare, consiste nella Madonna col Bambino in trono al centro, affiancata da scene relative al ciclo di Anna e Gioacchino. La Vergine indossa un velo blu bordato d'oro e arricchito sul lembo inferiore da numerosi pendenti, sopra una cuffia e una tunica rosse; il Bambino che regge sul braccio sinistro è rappresentato frontale, nell'atto di benedire. Ha un imatio di colore tendente al viola, posato sopra una tunica decorata a crisografia e una sottoveste diafana, che emerge dal bordo inferiore dell'abito; nella mano sinistra regge un rotulus rosso. Il trono è decorato con una fitta serie di motivi vegetali realizzati in oro; dalla parte sommitale dello schienale emergono le mezze figure di due angeli, mentre un'apertura polilobata nella base del seggio ospita la scena di san Martino a cavallo che divide il proprio mantello col povero. La sequenza delle scene laterali è disposta in orizzontale da sinistra a destra; non riguardano il ciclo di Gioacchino ed Anna l'Annunciazione (I riquadro a sinistra) e quattro figure di apostoli (VI riquadro a destra). 

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